venerdì 15 febbraio 2013

Colloqui di lavoro 2.0


Questa mattina ho avuto un colloquio con [nota azienda del settore delle telecomunicazioni]. Ho dovuto fare 5 diversi test online. 5. 

Il primo sulla personalità. 144 voci da mettere in ordine. A parte che non ho capito la differenza da "mi sento a disagio se devo guidare un team" a "non sono a mio agio nella leadership di un team" e cose simili, impiego mezz'ora e le sistemo. 

Il secondo con 25 domande da rispondere in 12 minuti su un breve caso aziendale. Quote societarie, bilanci, spese, e così via. Non penso di essere arrivato alla fine. Ma penso di aver fatto bene.

Test numero 3. Altri dati aziendali da analizzare, solo che stavolta invece di numeri si trattava di un report da leggere tutto d'un fiato (sempre 12 minuti davano per questa task), per poi rispondere alle domande poste. Che tipo di strategia usa la sezione bla.. bla.. bla..

Qui arriva il bello. Quarto test: una simulazione di lavoro al computer. Dovevo stare davanti ad una casella e-mail e poi rispondere in 15 minuti a [numero random] di e-mail che mi arrivavano. Dovevo sostituire un manager, e quindi dovevo rispondere, inoltrare, inviare tutte le e-mail che arrivavano alla casella postale. A parte il fatto che un manager con una casella di posta così disorganizzata non s'era mai sentito, ma poi che cosa volevano valutare?

Ultimo test: il più classico dei classici. Il test di logica, quello dove devi riconoscere l'intruso, per dire.

Risultato? Un'ora persa a stare dietro a queste minchiate vintage.

Cosa vinco se vinco? Un colloquio personale, con tanto di possibilità di rifare i test davanti a loro per certificare che non abbia copiato.

Gianbellan

lunedì 28 gennaio 2013

Una modesta opinione sul caso MPS

A quelli che fanno confusione sul caso MPS. 

A prescindere dal fatto che gli istituti di credito erogano soldi dei cittadini ai cittadini stessi, a me farebbe piacere che ciò che è stato pagato in tasse venga reintrodotto in circolo per stimolare i servizi la circolazione di liquidità; ma questa è solo una mia opinione personale.

A chi muove critiche al governo per aver stanziato parte del gettito IMU a MPS, ricordo che, a parte il fatto che ormai salvare le banche è sport nazionale di tutti i Paesi imbrigliati dalla crisi (vedi Santander, RBS, AIG, etc.), soldi stanziati a MPS erano già stati previsti dai Tremonti Bond con decreto emanato dal Governo B., al quale si elargivano alla banca circa 4 miliardi di € (la stessa cifra destinata dal Governo Monti) che comunque non costituivano (e non costituiscono) un fondo perduto bensì un ritorno ai cittadini.

E comunque 4 miliardi di € per finanziare un servizio pubblico, a mio parere, suonano molto meglio dei 6 miliardi di € di sprechi della spesa pubblica accertati dalla GdF questa mattina. 6 miliardi di € che includono i videogiochi del Trota, le vacanze di Formigoni (candidato PDL al Senato), le mutandine di IDV Liguria, le feste a tema della Polverini (candidata PDL alla Camera) e gli altri sprechi di un Parlamento VOTATO ED ELETTO dal Popolo Italiano (non un Parlamento Tecnico) costituito da 275 del PDL, 217 del PD, 60 Leghisti, 35 UDC, 29 IDV, 14 Gruppo Misto, 8 MPA e 3 del Partito Minoranze Linguistiche.

Con questa mia opinione non voglio certo giustificare l'operato del Governo Monti (che è giustificabile in se, visto che ha sistemato in 13 mesi un paese messo in ginocchio da 20 anni di Bunga Bunga senza fare sconti e operando in un paese reso statico dalle Istituzioni) ma cerco solo di dare un punto di vista omogeneo sulla faccenda per cercare di fare chiarezza e ridurre la confusione su questa vicenda.

Perché la confusione è la migliore arma che B. ha, visto quello che ha detto ieri, e non voglio che i miei amici e conoscenti si facciano influenzare da questa confusione generale che assomiglia tanto a quella che creava l'Azzeccagarbugli (che parlava in latino a Renzo per sembrare culturalmente superiore e alla fine non risolvere un cavolo) ma preferirei maturassero la loro preferenza attraverso l'informazione.

Che poi io le chiavi dello Stato non le voglio dare ad un 75 enne arrapato e con problemi di calvizie, preferirei darle a chi prima di agire raccoglie informazioni e si confronta, come dovremmo fare tutti prima di prendere una decisione fondamentale come un voto elettorale.

Ma questa è solo la mia opinione personale.

lunedì 14 gennaio 2013

Lettera Semiseria al Paese di Santi, di Poeti e Navigatori


Del paese di santi, poeti e navigatori ci sarebbe tanto da dire.

Così tanto da dire che per descriverne solamente la varietà di colori che lo rappresenta ci impiegheremmo tanto quanto fare la Romea da Mestre a Ravenna quando c’è nebbia.

Eppure questo paese che è l’Italia, che dire, è veramente meraviglioso e pieno di alcun tipo di figura si possa immaginare.

I miei occhi vagavano tra le pagine dei giornali ultimamente, e si sa, durante la campagna elettorale non si parla d’altro che di come un candidato sia inconsistente, di come l’altro approfitta della propria personalità estroversa, di come l’altro ancora abbia un programma valido ma non lo sappia comunicare.

Ma diciamocelo francamente, a nessuno interessa cosa c’è da proporre, mentre a tutti interessa come la cosa ci viene proposta. Un po’ come quando si va al ristorante francese e non si sa che cosa ordinare e ad un certo punto vedi il cameriere portare in sala un piatto ricco e ben presentato, al che dici “Mi porti quello che ha servito al signore laggiù”, e ti ritrovi a mangiare lumache ed una insalatina di rape.

Ma è questo il bello, vero?

Negli ultimi anni noi Italiani abbiamo imparato ad essere più appariscenti, a preferire la forma all’essenza e a farci il mutuo in banca per l’iPhone. A lamentarci se qualcuno ci dice cosa fare, a lamentarci se qualcun altro ci dice come farlo. A lamentarci se qualcuno ci chiama sfigato, a lamentarci se qualcuno ci chiama “choosy” e a lamentarci se qualcuno ci chiede di pagare le tasse, mentre tanti altri si limitavano a sfilarci il portafoglio senza che ce ne accorgessimo.

E mentre noi, offesi, andiamo da mamma Italia a nasconderci sotto le sue vesti, quest’ultima le vesti se le deve togliere, per dare il suo corpo nudo e stanco al ciarlatano di turno, che tanto l’aveva affascinata con promesse di amore e ricchezza, ma che ora le ha intestato le rate del mutuo.

D’altronde, di quel paese di santi, poeti e navigatori che tutti immaginiamo come il paese dei balocchi, non è rimasto praticamente niente. Tutto finisce nel dimenticatoio, finché i riflettori si ripresentano per tirarci in ballo. Ed ecco che tutti si esce fuori, a far caciara e a tentar di gridare più forte di tutti.




Ecco che non ci sono più i Santi, ma ci sono i membri del partito “Unitas Universalis Militantium Ecclesiae J.C.” che ci ricordano come la fede è l’unica via per abbassare il debito pubblico; non ci sono i poeti, bensì il “Movimento dei Poeti d’Azione”, che ci insegna che con la creatività si può rialzare l’economia; non ci sono i navigatori, ma il “Partito Pirata”, che più che fare la rivoluzione si limita a saccheggiare quel che resta della nostra intelligenza.

Ma no, Italiani, non preoccupiamoci. Noi restiamo e resteremo quel paese di santi, poeti e navigatori senza consistenza e che a tanta gente continua ad andare bene. Non prendiamoci quei 10 minuti per cercare di capire, ma corriamo dietro a chi urla più forte.

Dopotutto dopo le elezioni non inizia X-Factor?


Gianbellan

venerdì 28 dicembre 2012

Capodanno in mezzo alla Nebbia


Avevo promesso che avrei scritto durante il periodo Praghese, ma alla fine ero troppo impegnato a non ricordarmi cosa fosse successo la notte prima, per poter scrivere qualcosa di sensato. Sappiate che sono sopravvissuto.

E ora mi ritrovo di nuovo in Italia, dove ho passato il Natale, e dove passerò il tanto temuto Capodanno. Dopo Salerno, Lisbona e Copenhagen, stavolta tocca a Rovigo.


Il rito del Capodanno nelle lande desolate e annebbiate della provincia inizia quando uno della compagnia inizia a farfugliare qualcosa nella lingua del posto, conosciuta solo dai residenti: un qualcosa che assomiglia, in italiano, al classico "cosa facciamo per Capodanno?".

Un primo approccio alla risposta è dettato da quelli che sembrano essere i 5 stadi della separazione:

1. Negazione: "Ma va la, cosa ti preoccupi adesso? Mancano ancora 20 giorni, c'è tutto il tempo per decidere!"

2. Rabbia: "*azz*, fioi, ve l'avevo detto che ci dobbiamo organizzare! Ormai i ristoranti saranno già pieni e finiremo per programmare tutto all'ultimo, finire in una festa dove non conosciamo nessuno e andare a letto dopo i fuochi d'artificio"

3. Patteggiamento: "Ripensandoci, siamo ancora in tempo per fare qualcosa di sensato, non tutto è perduto. Ho sentito di tanta altra gente che non ha fatto niente"

4. Depressione: "Possiamo fare quello che volete, tanto alla fine si sa, Capodanno fa schifo, non c'è niente da festeggiare, solo un altro anno di merda che arriva, non portando niente di nuovo se non nuove sfighe"

5. Accettazione: "Va ben, un altro Capodanno è stato organizzato, vedremo che bella cagata ne uscirà"

Una volta che il Capodanno è organizzato, di solito prende tre direzioni prettamente identiche:
- Cenone con gli amici + Brindisi
- Cenone con gli amici + Brindisi + Festa con amici
- Cenone con gli amici + Brindisi + Discoteca

Visto che tutti e tre alla fine assumono le sembianze di mega orgioni senza senso pieni di gente che limona, gente che vomita e gente che guarda, andiamo a descrivere l'ambiente tipico di una festa di Capodanno nella provincia di Rovigo.

La gente
Il 97% dei "polesani" (così sono chiamati gli abitanti del luogo) è, è stato, o diventerà un dj. La musica tamarra scorre nelle vene di queste persone, abituate alle bestemmie e al motorino taroccato fin dalla tenera età. Molte di queste persone poi continuano a seguire questo status quo fino all'età di trent'anni, dimenticando che esistono cose importanti come saper parlare l'italiano, realizzare i propri sogni, vivere in maniera civile.
Il restante 3% degli abitanti della provincia ha una laurea, ma principalmente non sa cosa farne, tanto che la appende al muro in camera sua e inizia la carriera nell'azienda agricola di famiglia come tuttofare.

Lo stile
Il polesano medio tenta in tutti i modi possibili di essere alla moda, risultando sempre più simile ad un tortino di riso con i canditi. E il discorso vale sia per lui, che per lei. Lampade, ombretto, rossetto, taglio all'ultimo grido, vestitini, pantaloni attillati, ingombranti cardigan di lana, camice D&G e giacche improponibili regnano sulla pista da ballo durante una festa di Capodanno. 
C'è buona probabilità di incontrare anche personaggi adornati di collanine e gioielli d'oro, ben in vista grazie alla canottiera pagata a tre cifre che, orrenda, viene messa in mostra orgogliosamente.
Ognuno, nel proprio intimo porta qualcosa di rosso, perché dicono porti bene: queste sono terre in cui la scaramanzia e altre credenze superstiziose regnano sovrane.

Il brindisi
Il momento centrale della serata, avviene nella più modesta sobrietà. Scherzavo. La gente non brinda, fa a botte. Spintoni, bestemmie, baci e abbracci si confondono, e molto spesso ci si ritrova a fare auguri ad una persona che nemmeno conosci. I 5 minuti dopo la mezzanotte il 90% degli invitati si attacca al telefono per comunicare la propria gioia all'esterno del locale, ma in realtà si attacca al telefono imprecando l'Altissimo che non c'è ricezione o che, guarda caso, le linee sono tutte intasate.

La Conclusione
Dopo un paio d'ore di "su le mani", "e siamo noi e siamo noi" il cosiddetto popolo della notte che di popolo ha ben poco inizia il lungo processo di sonnolenza che lo porterà al letargo. I primi ubriachi iniziano ad addormentarsi sui divanetti, altri troppo ubriachi si addormentano avvinghiati al cesso. Le donne, deluse dai comportamenti primitivi degli uomini presenti si annoiano e chiedono agli schiavetti di turno di essere accompagnate a casa. Mentre i ragazzi che sono rimasti appoggiati tutta la sera al bancone del bar, sorridendo a ogni ragazza, andranno a casa felici, a scrivere sui social "che mega seratona".

Questo di film horror ha ben poco, anche se è uno scenario in cui un thriller sociale si adatterebbe bene.

Alla prossima,

Gian



P.S. Ogni dialogo riportato, realmente accaduto o immaginato, è stato tradotto letteralmente dalla lingua del posto in Italiano.

lunedì 10 settembre 2012

Pensieri di Settembre

"Lo so, è uno schifo. Ma il fatto è: tu l’ami, puoi aspettare. Ricordi quando avete deciso di provare ad andare avanti, anche se ci sarebbe stato un oceano nel mezzo? Bene, pensa a quel momento. Pensaci ancora. Ancora. Ancora. E ricordati perché avete deciso di volerlo. Già sapevi a volte sarebbe stato uno schifo, sapevi che ti saresti chiesto “perché lo sto facendo”, ma ti devi ricordare che l’hai voluto. In questa situazione, noi siamo gli uomini. Non c’è tempo per spaventarsi. Le ragazze possono spaventarsi, ma noi non ne siamo nella posizione. Ogni volta in cui ti sentirai depresso, lunatico, qualsiasi altra cosa, parla. Semplicemente parla. Ad un amico, ad un parente, a qualcuno che non hai mai visto prima. Aiuta, un sacco. Questo è quello che cerco di fare, perché non ci è consentito dare di matto.

Lei è una ragazza fortunata."

(cit.)

sabato 25 agosto 2012

Rotta per Stimoli Town


In questo ultimo periodo sono stato assente.

Sia dal blog, che dal resto del Mondo. 

Le mie giornate tipo sono state praticamente scandite dalla sveglia e dai pasti, e intervallate di telefilm. Qualche giorno in spiaggia, qualche giorno in montagna, non sono servite a non farmi pensare, e una volta tornato qui il mondo mi è ricaduto addosso.

Perché nonostante sia casa mia, non ci sono più stimoli. Il mettermi in gioco qui sarebbe controproducente. Passare tanto tempo lontano da casa ti fa cambiare. E quando torni e non ti ricordi nemmeno le strade della tua città, allora capisci che non è più il posto per te.

Invece di trovare qualcosa da fare, la piattezza della vita di questa città mi ha imbrigliato e sono finito suo schiavo, nel malessere generale provocato dal caldo e dalla crisi. Rialzarmi ora e qui sembra durissimo, come se dei macigni mi tenessero ancorato a questa scrivania, o al cruciverba, compagno inseparabile della mia estate.

Niente da fare se non guardare il giardino, portare a spasso i cani, sentire mentre la squadra di calcio si allena. La televisione non va (grazie digitale terrestre) e la connessione ad internet è scarsa.

Sono sicuro che se qualcuno venisse qui troverebbe dei vantaggi, ma io so che pur sforzandomi, la soluzione al mio problema sarebbe sempre quella: partire.

Partire per riacquistare serenità, convinzione e stimoli. Non per cattiveria, non perchè odi stare qui, ma proprio perchè mi manca la motivazione. E mi manca la mia vita, quella da studente impegnato che, purtroppo, posso fare solo nove mesi all'anno.

Mi manca l'amore, bello e carnale, che mi da forza tutti i giorni. E come posso fare a tenerlo vivo se io stesso sono bloccato?

Il 13 settembre, il biglietto è prenotato. Non mi importa dove vado, so dove voglio andare. Ma so che devo aspettare. Nel frattempo, meglio andare alla ricerca di qualche stimolo, per iniziare a carburare in vista di un inverno che sarà curioso.

venerdì 27 luglio 2012

V.P.V. = Venerdì Portami Via

Cosa mi riporta a scrivere qui dopo quasi un mese, esattamente non lo so. Sarà che non ho nulla da fare, sarà che mi ritrovo nella stessa situazione in cui ero l'anno scorso, sarà che ho finito già la "Settimana Enigmistica" comprata ieri.


Fatto sta che il clima qui a casa si è fatto irrespirabile. A Caronte, Lucifero, Minosse, Circe, Topolino, Dante, Justin Bieber etc. si sono aggiunti i miei genitori, il fatto che non posso muovermi da casa, i miei amici che sono in giro per l'Italia, e la mia piccola, in giro per il mondo.

Fatto sta che ad un mese e mezzo dalla partenza per Praga, io qui non ci resisto più, tiro fuori la valigia e inizio a prepararmi per la partenza. Cosa metto? Cosa porto? 

Di fatto so esattamente cosa portare, sono anni che oramai agli inizi di settembre faccio valige e parto per gli angoli più discutibili d'Europa, la cosa che non mi spiego è la voglia di scappare da questo posto. 

Alla fine ho sempre considerato lo "scappare" una cosa da vili, perchè è sempre la cosa più facile da fare quando le cose precipitano. I sentimenti si offuscano, il collante che tiene insieme il tutto si allenta, e si decide di scappare. Ma cosa diventiamo, se continuiamo a fuggire ogni volta che bisogna tirare fuori gli attributi?

Eremiti, dice qualcuno. Gente solitaria, che non si lega a nessuno per paura di dover cambiare tutto di nuovo. Gente che non riesce a dare una svolta alla propria situazione e si defila, cambia contesto e riparte. Ma non senza lasciarsi alle spalle le cose, che saranno lì, pronte ad uscire ogni volta che si entra in panico.

Fuggire non è mai nobile. Anche se il desiderio è forte, se il tutto sta sciogliendo di fronte a te, bisogna sempre tirare fuori il coraggio di affrontare le cose. I fatti. E lottare. Non perchè uno è mona e resta lì per farsi del male. Ma lo fa in nome di un sentimento che c'era, che c'è ancora ed è stato accantonato.

Le difficoltà si fronteggiano sempre, e se a farlo si è in di più, allora tutto può essere salvato, il sentimento non sarà distrutto e si potrà ripartire.



La verità è che a parole sono tutti bravi. Molti di noi se la fanno sotto, una volta arrivati lì. 

Ma forse è meglio non pensarci, e iniziare ad agire, cercare di sistemare le cose, pur quanto difficili siano. Io son cresciuto con questa mentalità. Da giocatore di rugby mi hanno sempre insegnato a pensare e a non tirare mai indietro la testa, sempre guardare in faccia l'avversario, e fargli sentire il più forte dolore al primo impatto. Se metti a segno il primo colpo, il tuo opponente ti lascerà in pace per il resto della partita. Perchè prende paura.

Non siamo noi che dobbiamo aver paura del futuro, ma il futuro dovrebbe aver paura di noi.


lunedì 2 luglio 2012

Grazie lo stesso, Italia!

In questo blog non ho mai trattato di calcio. Da buon interista, preferisco evitare l'argomento fino a quando si vincerà di nuovo qualcosa. Con gli juventini spesso non si può parlare visto che vivono nell'incubo di Calciopoli e nel vittimismo che ne è derivato; i milanisti sono più amichevoli, cugini, e molto spesso qualcosa di utile salta fuori.

Ma oggi l'attenzione non va a quanto la difesa della Juve, che aveva tenuto in alto l'onore della Nazionale, abbia fatto cilecca ieri; non va a quanto stanco fosse Cassano; oggi voglio dire di quanto è importante il gruppo, quando lo sport arriva a certi livelli.

La Spagna non aveva nulla più di noi. Due tipi di gioco diversi, impostati sul possesso del pallone e passaggi profondi, preferiti ai lanci lunghi a cercare le punte. Le premesse alla partita promettevano bene, ma quello che era differente era lo spirito del gruppo. Pur di non far giocare un giocatore non in forma come Torres, Del Bosque si era inventato Fabregas unica punta; pur di far giocare un giocatore non in forma come Chiellini, si è rinunciato a chi in forma dimostrava di esserlo, come Balzaretti.

Io stimo Chiellini, e seppure sia sopravvalutato è pur sempre uno dei difensori più forti e rocciosi dell'Italia in questo periodo. Ma la mentalità da "grande" giocatore avrebbe dovuto far si che il Giorgione nazionale riflettesse, e lasciasse il posto a chi era più in forma. Avremmo risparmiato il primo gol, una sostituzione dopo 20 minuti, e ci saremmo risparmiati il fatto di rimanere in 10 per mezz'ora, avendo ancora cambi a disposizione.

Detto ciò, non punto il dito contro nessuno, con la Spagna si sapeva che era dura, anche se eravamo arrivati con troppo ottimismo alla Finale di Kiev. Tuttavia in questo Europeo abbiamo visto anche altro, una base solida per quella che sarà la squadra che ci rappresenterà alle prossime competizioni: la Confederations Cup prima, e il Mondiale in Brasile poi.

Complimenti al solido Buffon, a Barzagli e Balzaretti, a De Rossi, Pirlo e Marchisio, solida impalcatura del centrocampo. Bene Cassano e Di Natale, anche se l'ultimo poco sfruttato. Da rivedere Bonucci, Abate e Giovinco, forse non ancora pronti per una competizione dura e di alto livello. In bocca al lupo a tutti quelli che vogliono essere riconfermati, e a quelli che vogliono riconquistare i colori azzurri, come Pazzini e Ranocchia.

Ma la soddisfazione più grande è stata vedere Balotelli correre, sudare, urlare, segnare e piangere. Segnali che questo ragazzo vuole maturare, vuole diventare qualcuno, e vuole far parte della storia della Nazionale, seppure ci sia già entrato con la meravigliosa doppietta alla Germania.

E quindi, ancora una volta, grazie ragazzi. Che la strada per il Brasile inizi qui, da un secondo posto Europeo, che però sa di vittoria.


lunedì 25 giugno 2012

Non mi starà mai tutto in valigia

Eccomi ancora una volta a fare la valigia.


Questa volta per non tornare. Da qualche anno a questa parte ormai, sono abituato.

Si viene, si va, e ci si porta dietro cose.

"Cosa me ne faccio di queste bottiglie di birra fregate al bar quella sera? - A cosa mi servono i fogli di appunti che ho comodamente salvati nel computer? - Cosa me ne faccio di questa foto stampata e attaccata al muro, un po' rovinata e che ho comunque nel computer?"



Vestiti ormai vecchi, calzini bucati, scarpe consumate, tutto quello che non è necessario deve essere lasciato, per sempre, in questa terra di vichinghi dove nemmeno a fine giugno splende il sole.

Cercando di vendere qualcosa per pagarmi il ritorno a casa, ho pensato a quanto tenessi a quelle cose, ma più che all'oggetto fisico in se, a tutto quello che mi avevano dato, a tutto quello che mi avevano fatto provare e mi avevano significato durante questo viaggio in Danimarca.

Ricordi legati a persone che non saranno con me fisicamente, che ho deciso di lasciare, ma che mi porterò per sempre dietro.
Questo corto post per dire che la Danimarca per me ha significato molto. Un anno in cui ho dimostrato a me stesso di potercela fare con una manciata di corone e tanto ottimismo, quell'ottimismo che mi ha portato a guadagnare qui molto di più di quello che avrei pensato alla partenza.

Lo stesso ottimismo che mi farà andare avanti. Perché non mi starà mai tutto dentro in valigia, ma tutto rimarrà dentro di me.

mercoledì 13 giugno 2012

Funghetti Allucinogeni

Mi trovavo a pescare un biscotto danese dal mio caffellatte mentre guardavo Olanda - Germania (non chiedetemi come la mia cena potesse essere a base di biscotti burrosi e caffellatte) quando sono stato suggestionato. Forse il burro, forse qualcosa nello zucchero, non lo so, ho iniziato a pensare e ad elaborare nuove teorie. Molte persone riconoscono in questo un fatto chiamato "trip mentale" o "allucinazione da funghi", ma io, in tutto questo pensare, c'ho trovato qualcosa di vagamente affascinante.

Tra queste teorie la migliore selezionata da me (e da una giuria di esperti) è stata quella di accoppiare animali di specie diverse, per creare nuovi fenotipi assimilabili a quelli dei Pokemon. Poi ho dovuto abbandonare questo progetto perché il cane della coinquilina greca non ci stava ad accoppiarsi con una tartaruga ritagliata dalla carta del giornale. Per cui sono finito a pensare al senso della vita. Classico, no?

Che senso ha la vita non ha neanche gusto il chiederselo, visto che ruoteremmo intorno ad argomenti e temi tuttora irrisolti da millemila anni, al massimo ci si può fermare, fare un respiro profondo e chiedersi che senso ha la propria vita. Molto spesso infatti ci si preoccupa della vita degli altri, di piacere agli altri, di non offendere gli altri, ma mai si presta abbastanza attenzione a quello che si vuole per se stessi.


Sarò pieno di me stesso, ma nella vita più volte ho deciso di prendere una strada che fosse mia, e non condivisa dalla "ratio" della comodità. Per "ratio" della comodità intendo quel fatto per cui le persone scelgono molto spesso la decisione più abbordabile invece di ricercare la migliore, quella che si desidera di più. Non dico che non mi piacerebbe trovarmi in una posizione di comodo, ma dico solo che la vita è troppo breve per accomodarsi e guardare il resto passarci davanti. Per quello che a volte si deve agire d'impulso.


Come quando ho deciso di studiare Economia. 

"Economia è sinonimo di mediocrità. Anni di studio approssimativo per sfornare milioni di cassieri di banca che si differenziano da quelli del supermercato solo perché non portano il grembiule. Lo studente di economia è il meno dotato in assoluto, non ha interessi se non organizzare aperitivi e aperitivi e aperitivi. Non spiegandosi nemmeno lui come sia in grado di passare gli esami, si sente vestito di un ruolo importante quando al bar si parla della crisi economica o di altre puttanate simili. In questo contesto prende la parola spiegando agli astanti che lo spread è un titolo azionario e che il debito pubblico italiano è colpa dei comunisti. Finirà in banca e sarà rispettato da tutte le mamme del mondo, che non si stancheranno mai di ripetere ai propri figli «Hai visto Giorgio? Che l’era un ignorante e con economia le finìo in banca? Altro che ti e la to fisica teorica!» (cit.)


Ho trovato questo trafiletto sfogliando il web, e ancora una volta mi sono stupito di come gli stereotipi ci minimizzino. Perchè dovrebbero fare da filo conduttore e invece ne tritano il concetto, ne sottolineano il più piccolo dettaglio e lo trasformano nella peggior etichetta che tu possa avere. 

Perchè alla fine tutto si riduce ad un'etichetta. Tu e lei siete fidanzati, Voi due siete sposati, l'altro ha una relazione complicata con l'altroancora e così via. E la gente non ha capito niente di te se quello che le importa è l'etichetta che compare sulla tua fronte, quando pensi di voler dimostrare chi sei, mentre ci si attende che tu dimostri quello che vogliono vedere loro. 

Quando dovresti fare ciò che ti senti di fare.



Quando dovrebbero essere le emozioni a parlare.



E non i funghetti allucinogeni.



Gianbellan

sabato 5 maggio 2012

Oggi mi sento Charlie Brown

“Good ol’ Charlie Brown” is the lovable loser in the zig-zag t-shirt—the kid who never gives up (even though he almost never wins). He manages the world’s worst baseball team…yet shows up for every game. He can’t muster the courage to talk to the Little Red-Haired girl…yet keeps hoping. Even though he gets grief from his friends, his kite-eating tree, even his own dog, Charlie Brown remains the stalwart Hero. (cit. Charles Schultz)

Oggi mi sento proprio come Charlie Brown. Un Amabile Sfigato. 

A parte il fatto di riuscire a parlare con le ragazze. Quello mi riesce bene. Sarà perché ho la lingua lunga, non riesco a tacere, sono cattivo e acido, o sarà perché ho già trovato la mia "Little Red-Haired girl" (nel mio caso Blond-Haired).

Partiamo dunque con la mia giornata sfigata di oggi.

1. ore 11.30 - Prendo la bici, faccio un metro, e cade la catena.
2. ore 12.03 - Dovendo essere ad un meeting pre-partita alle 12 accelero, ma a metà strada cade la catena.
3. ore 12.20 - Arrivo al meeting, discussione persa per lavarmi il grasso della catena dalle mani, riscaldamento, e inizia la partita.
4. ore 14.13 - 13 minuti ho giocato. Una scarpa rotta. Un ginocchio in faccia. Una spalla distrutta. Sostituito
5. ore 16.45 - Spendo i rimanenti 67 minuti a guardare. Odio. Almeno abbiamo vinto.
6. ore 17.20 - Torno a casa, e scopro che pure la Rugby Rovigo è stata eliminata all'ultimo minuto di recupero.
7. ore 18.30 - Mi preparo per un barbecue. Spalla dolorante. Non riesco ad usare un braccio, mi sporco di Nutella. Cambio maglia.
8. ore 19.00 - Esco, trovo la bici con il copertone bucato. Bene.
9. ore 19.05 - Vado a prendere l'autobus. A metà strada la spalla mi fa ancora troppo male. Scendo. Vado all'ospedale.
10. ore 21.10 - Una settimana di riposo completo. Torno a casa, convinto che ci sia il Derby. Invece c'è Roma-Catania.



Certe giornate come queste vorresti non succedessero mai. Ma capitano. Shit happens. Ma è questo che riesco sempre ad apprezzare di me. Il fatto che si continua ad andare avanti, a testa alta. Perché mi farebbe più male fermarmi, ed essere travolto dai fatti.

Preferisco farne parte.

Non voglio cadere in un universo fatto di "what if..."

mercoledì 25 aprile 2012

Liberazione Oggi

Io non c'ero. Non so cosa sia successo. Certo, i libri di storia possono averci raccontato, i vari film possono averci mostrato immagini simili, ma noi non c'eravamo.

I miei nonni erano ancora piccoli, ricordano solo la fame, le lotte per un pezzo di polenta, il freddo del granaio che li teneva nascosti dai fascisti, il comunicare a gesti con i russi che tenevano nascosti. 

Allora la "Liberazione" era un sogno, un sogno fatto in mondovisione, con sempre più persone che nelle poche ore di sonno prima di tornare a nascondersi sognava di tornare a casa, di rivedere gli amici, di uscire e urlare la propria voce alle campagne deserte.
Indipendentemente dalle idee politiche, dagli interessi degli schieramenti e dalle posizioni assunte, quello che la gente voleva esprimere era la stanchezza per un conflitto che non sentiva suo, che era diventato logorante, e stava prosciugando ogni sentimento se non quello della rabbia.
Rabbia o Ribellione? Spesso l'una guida l'altra, ma non devono mai essere confuse. La rabbia non deve essere mai incentivo alla cattiveria, la ribellione è giusta se fondata su solidi principi, sulla liberazione dall'oppressione.

Ecco che, se in questi giorni difficili per il popolo italiano, i sentimenti di rabbia verso la classe dirigente e di depressione per la difficoltà con cui si arriva a fine mese stanno sempre più prendendo piede in tutti noi, una domanda dobbiamo farci:
"Siamo capaci di Resistere?"

Quanto saremo in grado di sopportare, e a testa china fare quello che ci viene detto?

Quanto siamo disposti a concedere pur di aspettare un futuro migliore per noi e le nostre future generazioni?

Quante notti ancora chiuderemo gli occhi sperando che il domani passi in fretta per tornare di nuovo a sognare?

"Tutti hanno sognato un mondo diverso, un mondo di libertà, un mondo di giustizia, un mondo di fratellanza e serenità"

Per chi ha 80 anni ora, per chi non c'è più, per chi ha vissuto quei momenti difficili, questo era il sogno, e purtroppo ora, nel 2012, 67 anni dopo la Liberazione, ancora nulla è successo, niente è cambiato, questo mondo non c'è.

E allora riflettiamo, ragioniamo con la nostra testa, e continuiamo la loro lotta, quella di chi si è alzato tutte le mattine della propria vita per lasciarci un futuro migliore.

sabato 21 aprile 2012

Riflessioni su un Soggiorno all'estero Mai iniziato

Non vi ho mai parlato della mia vita a Copenhagen, degli amici con cui esco, delle persone che frequento, di come trascorro i weekend nella capitale Danese. E mi sento in colpa per questo.

Ma vedete, cari lettori, non lo faccio apposta. La verità è che tutta questa strada ti fa crescere interiormente in maniera così profonda che molto spesso si tende a tralasciare quello che c'è attorno, ma ti accorgi poi che sono le persone che hai vicino, che rendono il tutto speciale.

Io per esempio ero un sedentario. Da piccolino non avrei mai voluto lasciare il paesello, bensì avrei voluto fare l'archeologo (ero convinto ci fosse l'Università al paesello), poi il veterinario, l'astronauta, il lattaio, aprire un'edicola solo per avere gli sconti sul Topolino, diventare un pescatore e infine un ingegnere aerospaziale. 

Una volta arrivato a Padova mi sono abituato così bene allo stile di vita cittadino che mai me ne sarei andato da lì. Le lezioni, le passeggiate, i mercoledì universitari, l'animazione in centro, ma sopratutto gli amici mi facevano sentire a casa, sentivo che il legame con la città diventava solido. Poi Milano, prima nei week-end, poi d'estate, ed infine Lisbona.

Meravigliosa la capitale Portoghese, niente da dire, una delle città più belle in cui trascorrere una vita tranquilla di giorno e movimentata fino all'eccesso di notte. La città in cui non è un lusso chiamare un taxi o comprare una bottiglia di Don Perignon in discoteca, la città che non dorme mai, che ti ospita sotto le sue stelle, la città dove il Cristo Rei ti guarda, ti abbraccia e se può ti chiede un goccio di Mojito.

E se non fossi mai venuto a Copenhagen? Se avessi deciso di restare al paesello dopo essermi preso il pezzo di carta dell'Università? Se fossi rimasto ipnotizzato da Lisbona, se avessi deciso di tornare a Padova o ancora se avessi aperto quell'edicola per poter avere gli sconti sul Topolino?

Probabilmente avrei fatto altre esperienze, avrei incontrato altre persone, diverse o uguali nel carattere, avrei trovato altro ad aspettarmi. Ma niente sarebbe stato certo.

La sola certezza è che avrei perso ciò che mi ha portato Copenhagen. Non solo tanto freddo, ma soprattutto tante avventure, tante conversazioni, tante amicizie, ma soprattutto un cambio profondo. 

Non avrei mai conosciuto quel personaggio che è il Fra, da cervello in fuga dall'Italia a cervello in fuga dalla Danimarca, convinto sostenitore della Apple che ha deciso, a quanto pare, di tornare a casa di mammà una volta finito il Master qui.

Non avrei incontrato Attila, l'ungherese pazzo, che oltre ad essersi dimostrato un grande amico (mi ha trovato casa tramite la ragazza che frequentava, la mia attuale coinquilina greca) si sta dimostrando un grande festaiolo e sempre più pervertito.

Non avrei mai passato minuti al telefono cercando di capire dove fosse finito Martino, il mio amico svedese, che a causa di alti concentrati alcolici ogni tanto si perde nei sobborghi di Copenhagen, ed impiega ore prima di arrivare a casa. Una volta siamo quasi finiti in una quasi rissa assieme, un'altra siamo andati a sbattere con la bici addosso una macchina parcheggiata. Cicatrici fisiche, quelle, altroché.


Poi tanti altri studenti provenienti da tutta Europa, come il vecchio islandese Gudjon che ha lo spirito di un bambino, i tanti Norvegesi, i Danesi che ho conosciuto nella squadra di rugby, la mia coinquilina greca e il suo cagnolino.
Tante persone che mi hanno lasciato un segno dentro.

E poi i tanti Italiani qui in Danimarca, Andre in primis, e Alessiya, che un po' ricorda Barbara D'Urso, sarà per via di quell'accento romano, o sarà perché abusa di Uomini&Donne, Pomeriggio5 e simili, ma che avendo vissuto qui per 4 anni mi è sempre stata vicina. 

Ma soprattutto Fintabionda, perché nella vita non sai mai cosa aspettarti, ma ti auguri sempre di incrociare un sorriso come il suo; uno di quelli potenti, che ti raddrizza la giornata.

Ecco come una scelta di vita, presa quando sei ubriaco ("ghahaghgggg, vado a Copenhagen, basta!" semi citazione) ti cambia le carte in tavola. Non è solo il freddo che ti porta questi pensieri, ma la vita. Questa maledetta che ti scombussola ogni 3x2 manco fosse un'offerta del supermercato.

E potrei stare qui tutto il giorno, come in un fumetto della Marvel, a chiedermi "cosa sarebbe successo se.." e scoprire che sicuramente non avrei scritto questo post, non avrei fatto tante cose, non avrei mai provato il caffè danese (non provatelo eh), non avrei mai visto la statua della Sirenetta, mai scoperto come la lingua danese possa esistere ancora nonostante tutto, ma soprattutto scoprirei che adesso mi sarei sentito incompleto.

Come questo cerbiatto, non conoscerei che cosa mi aspetti dietro l'albero.

mercoledì 11 aprile 2012

Tecnologia vs. Solitudine

Non si può più dire esattamente di essere soli. Nessuno è solo. Nessuno può restare solo. Nel vero senso della parola. Viviamo in un mondo fatto sempre più dai social network, e ci passiamo talmente tanto tempo che rischiamo di diventare asociali nei social network. 

Tuttavia, i social hanno cambiato il nostro stile di vita, pure il Trota lo aveva capito (o gliel'avevano fatto notare) e si dimostrano mezzi fondamentali per estendere il network di conoscenze, che potrebbe essere utile anche in campo lavorativo, in un futuro.

Lo dico da iscritto a Twitter, a Facebook, a Google+ e a tanti altri che nemmeno ricordo, so solo che ogni tanto mi arrivano mail di controllo di un profilo che non sapevo di avere. Fatto sta che ormai un amico su Facebook sta diventando un vero e proprio amico reale, anche se hai avuto poco, o limitato, contatto fisico. Ogni persona passa sempre più tempo davanti allo schermo e si integra in un mondo nuovo, fatto di emozioni più e più rarefatte e dove la curiosità la fa da padrona.

La curiosità umana ci spinge sempre più dentro a questo gioco perverso, creando circoli viziosi inimmaginabili. Oggi i classici triangoli amorosi diventano un affare di famiglia, visto che non ci si trova più a discuterne in coppia, ma c'è sempre il terzo incomodo che è troppo curioso per farsi gli affari suoi, l'amico dell'amico, l'amica del cugino, uno che hai aggiunto l'altro giorno e manco conosci, gli ex di turno e forse pure mamme e papà.

Quello che dovrebbe essere il semplice incontro di due persone che vogliono stare bene insieme si trasforma in un cinepanettone intercontinentale, e a suon di equivoci ci rimette sempre la coppia, che si trova troppa pressione dall'esterno, ed esplode. 

Ma la domanda che sorge spontanea è: può la tecnologia interferire, o giocare un ruolo chiave, quando una persona ha bisogno di stare sola? Vuoi per un litigio, per una rottura, o giusto per un giramento di palle, riesce qualcuno a stare effettivamente da solo?

Certe volte invidio gli anni in cui si usava solo il telefono di casa, dove non si avevano notizie di una persona per settimane, prima di ricevere una cartolina, dove non c'era skype e la famiglia la si vedeva effettivamente quando si tornava a casa. Ero piccolo, ma ancora ricordo quei tempi quando il telefono di casa squillava e organizzavamo grandi tornei di calcetto.

Oggi, chi è social dipendente (si connette 2-3 volte al giorno, o pure 1 ma ci resta tutta la giornata) non è mai solo, ma diventa "stalker". Perché la curiosità va aldilà del normale, e si passano le giornate a guardare le foto di persone che non ci interessano minimamente ma ci ricordano l'amico che se n'è andato, la ragazza con cui abbiamo rotto, le persone che ci hanno ferito e per nostra pura perversione continuiamo a seguire.

Ci sono passato pure io, con chi mi lasciò anni or sono, con la ragazza che ho lasciato prima di partire per Lisbona, con la ragazza che ho lasciato prima di arrivare a Copenhagen. Social o no, l'unica cura è sempre il tempo, tempo di riassettare le modalità e continuare la strada che si aveva tralasciato, tempo di maturare e scoprirsi più forte.

E qui i social giocano un ruolo chiave. Perché non siamo mai da soli, e la paura più grande è di non scoprirsi forti abbastanza da riuscire a chiudere una pagina su Facebook. I mesi di oggi diventano anni per noi, ma restano pur sempre giorni, quando si tratta di dimenticare, perché dimenticare non è mai facile. Ma il rischio è di rimanere schiacciati in una dimensione nella quale vorremmo continuare la strada ma non ci riusciamo, perché il passato è li, che commenta, posta video e foto, stringe nuove amicizie e continua la sua strada.

E continuando così si perde ciò che si ha davanti, perché ciò che è dietro ormai è perso (sempre se il destino, non i social network, ci faranno reincontrare).

Oggi si torna a Copenhagen, dove spero anche io di continuare la strada che avevo tracciato con le persone, gli amici e i piacevoli imprevisti che sono capitati.

Vi ses

Gianbellan

giovedì 5 aprile 2012

Io ero tornato per prendere il sole

Tornato da Copenhagen alla Malpensa pensavo di trovare il sole ad aspettarmi, invece c'era il grigio. Caldo, comunque (15 gradi sono una cosa che si può solo immaginare in Danimarca, di questi tempi) ma mi aspettavo molto di più. Soprattutto perché sono attualmente di carnagione color bianco latte, e più di qualcuno mi ha dato il consiglio di prendere un po' di sole.

Ovviamente, una volta arrivato a casa è cominciata la tiritera di parenti e amiche di mia madre (le più scrupolose osservatrici del mio status quo) che hanno iniziato a dire come sono dimagrito, se mi faccio da mangiare, se son bravo a cucinare e se uso il burro. Domande alle quali rispondo alternando cenni e risate, sperando che sta tortura finisca il prima possibile.

Poi la famiglia ti aggiorna su cosa è successo nei mesi in cui eri via. Si parte con un bollettino di guerra che contiene, ahimè, chi ci ha lasciato, chi si è sposato, chi ha avuto figli e un riassunto di 45 minuti sui nuovi episodi di Gossip Girl. Poi si viene alla politica, al fatto che ci son troppe tasse da pagare e che serviranno i miracoli per arrivare a fine mese, ma son discorsi ormai triti e ritriti, che alle mie orecchie suonano vuoti.

Poi gli amici. Rivederli ci sta sempre, ma accorgerti di come non sono cambiati, mentre tu l'hai fatto profondamente, lascia sempre un po' di delusione. I discorsi son sempre quelli, i posti da vedere sempre gli stessi, mai niente di nuovo, mai niente di diverso.

Quindi alterno le mie giornate tra film, facebook e twitter, aspettando un sole che deve ancora uscire, perchè io voglio scaldarmi ed abbronzarmi. Perchè ne ho bisogno.

Intanto, Buona Pasqua a tutti,

Abraço

Gianbellan

lunedì 2 aprile 2012

Cosa metto in valigia?

Poi dici che non esistono più le mezze stagioni.


Una settimana passata fuori dal bar dell'università a bere caffè e prendere il sole, spesso disturbato dal vento freddo del Nord, ma con tutta la voglia di dormire che si porta dietro la primavera. Fino a venerdì, quando il nostro progetto di fare un barbecue all'aperto finisce perché l'inverno decide di tornare. Freddo, vento, pioggia, il tutto coronato da una nevicata fitta questa mattina, giusto per fare le cose per bene.

Bel pesce d'aprile, gran giocherelloni gli dei lassù, fate voi. Fatto sta che il progetto di arrostire hamburger, costine, pancetta e salsicce a darci dentro come degli animali da combattimento è saltato. Alla fine tutto va così. Non puoi programmare una cosa nemmeno con un giorno d'anticipo, di questi tempi.

No, perché il destino (o qualcosa di simile) si mette sempre in mezzo a fare questi tiri mancini assurdi, e mentre tu passeggi mangiando il tuo gelato e godendoti il panorama arriva da dietro qualcuno e 'pam', ti ritrovi a guardare il tuo gelato al pistacchio e cioccolato spiaccicato sull'asfalto. 

In questo momento sto preparando la valigia, sto cercando di portare a casa più cose invernali possibili, così posso portare su qualche costume da bagno o qualche maglietta a maniche corte in più. Ma poi penso: "e se  per quando ritorno (tra 10 giorni) l'inverno non se n'è ancora andato?" Allora mi ammalerò. E starò a letto (il che proprio un male non è).

Quindi sorge spontaneo decidere di lasciare qualcosa a Copenhagen. Qualche maglione, qualche felpa, anche qualche pensiero. Tra una scarpa e l'altra in valigia non mi ci sta più molto. Devo fare attenzione a cosa mi serve veramente, a cosa posso rinunciare, cosa posso lasciare a casa e cosa, invece, sento di dover portarmi via.

Riflettendo, spesso mi accorgo di come parecchie situazioni assomiglino alla vita reale. Ma poi capisco che queste sono la vita reale. Una vita che non è fatta di se e di ma. Ma solo di azioni. Quelle che decidiamo noi. E le più importanti sono quelle che facciamo perché lo sentiamo.

Per cui lascio qua qualche maglioncino e mi porto via i pantaloncini. Perché mi devo abbronzare.

Dalla incerta (meteorologicamente) Copenhagen,

Vi ses

Gianbellan

domenica 4 marzo 2012

Fottuto vento, fottuti posti al riparo


Quando pedali per Copenhagen, con la bicicletta scassata, c'è un vento fottuto che ti sbatte da tutte le parti. Ti fa barcollare, ti rende difficile pedalare. Senti che vorresti scendere dalla bici e proseguire a piedi, da quanto difficile diventa continuare con la bici. 

Alle volte, il fottutissimo vento ti arriva in faccia quando c'è qualcosa di bello, di cui fare esperienza da vedere. Nei punti più belli della città, sui laghi, sui vecchi palazzi, posti in cui ti vorresti girare, dare un'occhiata, scoprire a fondo. Ma che per un modo o nell'altro, per colpa di questo fottutissimo vento non riesci a fare.


Ci sono poi quelle vie che ti riparano dal vento. Quelle stradine che imbocchi per caso, di cui non ricordi la storia, non ricordi la particolarità, ma loro sono lì e ti riparano dal vento, fanno in modo che tu riprenda il fiato, ricominci a pedalare, e ti prepari ad affrontare quello che sarà il prossimo colpo di vento.

Eppure quei muri sono lì da sempre o da tempo immemore. Loro se ne stanno lì a farsi i cazzi degli altri e nessuno li considera. Magari ci fa la pipì in qualche angolo. Ma loro sono lì, non si muovono, hanno visto più di altri e non si interessano di loro stessi. Si preoccupano di chi cerca riparo.

Sono quelli di cui ci possiamo fidare, quei passaggi nascosti che trasudano di coppiette passate a baciarsi, nonne che portavano a casa il pane, scolaresche a passeggio, e che ci regalano momenti di felicità, al riparo da tutto e da tutti, in pace con noi stessi.

Leggevo, citando @twittopolis, che "mentre cerchiamo il partner perfetto, spesso, tralasciamo le persone con le quali potremmo trascorrere una vita felice". 

E la vita a Copenhagen riflette questo. Cerchiamo di fermarci a godere del panorama perfetto e veniamo colpiti dal vento, che ci distrae e ci fa perdere molto spesso l'equilibrio, mentre non diamo importanza a quei posti che nessuno conosce ma che ci proteggono dal vento e ci danno sicurezza, ci fanno felici e più rilassati.

E dai quali angoli possiamo godere di un panorama anche migliore.

giovedì 1 marzo 2012

Attento Al Lupo

Rieccomi dopo due settimane di astinenza da questa scrittura sgraziata e che funziona perfettamente da sfogo. Le mie (dis)avventure le potete seguire comodamente su Twitter. 

Febbraio per me è sempre stato un mese di profonde emozioni, sia belle che brutte. Un mese che a volte non dice niente, e non si fa notare nemmeno quando è bisestile. L'anno scorso era la crisi post Erasmus, che mi ha fatto passare un mese a rimbecillirmi di foto e video sui 6 mesi trascorsi a Lisbona, quest'anno un febbraio partito bene, piano piano, sottovoce, e finito in un vortice di deliri soggettivi e svolte demenziali che bene o male segnano il mio imperturbabile percorso verso la maturità.

Vivendo, viaggiando, imparando a conoscere diverse culture capisci come sono le persone e fai tesoro di quel bagaglio che i viaggiatori si vantano di aver accumulato.

CAZZATE.

Dalle persone si impara solo una cosa. Che le persone non cambiano. Ad esempio. Io sono uno stronzo. L'ho sempre detto, me l'han sempre detto. L'ho dimostrato. Eppure c'è chi crede che sotto sotto ci sia un tenerone. Si, c'è. Ma non aspettatevi che venga fuori immediatamente, sennò il bello dov'è?

E mi sono trovato a scappare diverse volte. Prima dall'Italia. Poi dal Portogallo. Poi nuovamente dall'Italia. E perchè, improvvisamente, dopo un periodo di tranquillità (?) a Copenhagen, sento il bisogno di cambiare di nuovo vita?

Ma perchè è sempre il momento buono per cambiare (citando gli Smiths). Non solo per scappare dai problemi. Anche per abbracciarli, farli tuoi, affrontarli e riuscire vincitore. In questo periodo della mia vita non sono mai stato più focalizzato su quello che voglio. Con tutti i pensieri che ho in testa (credetemi, son pesanti) pensavo di fallire facilmente il colloquio che avevo stamattina, invece ho fatto ancora meglio della prima intervista, e ho buone chance di passare. Almeno ho dato prova a me stesso di saper eccellere sotto pressione.

E se per ottenere quello che voglio devo cambiare vita, cambiare compagnia, cambiare quartiere, ben venga. Perché è pur sempre quello che voglio, e grazie a questo stato di grazia che rafforza la mia corazza, come direbbero ancora una volta gli Smiths "era da tanto tempo che non sognavo". Per cui, per una volta nella mia vita è tempo che mi prenda quello che mi spetta.

Devo solo stare "attento al lupo" (Ciao Lucio)

Vi Ses

Gianbellan

giovedì 16 febbraio 2012

Cadute e Risalite che diventano Routine.


La Belen Rodriguez si veste come Borat. Ovviamente non dispiace a nessuno, ma a questo punto, Italiani, chiedetevi se ne valga la pena di continuare pagare il Canone RAI, o se si farebbe mica prima a comprarsi l'account su YouPorn.

Oggi il mio livello di stanchezza si riflette tutto sull'acidità che sale, e che va a sbatterti in faccia, come quando fermi una porta girevole e quello dietro ci lascia naso e denti. Forse ha ragione chi dice che a volte bisognerebbe lasciare le palle girare per bene, in modo che l'effetto elica scateni un uragano e si porti via tutto quello che ti da fastidio. 


In queste giornate uggiose la temperatura è tornata a salire, e dai livelli ampiamente sotto zero dell'ultima settimana l'inverno sembra farsi strada verso la fine. Ovviamente per caldo intendo 3 gradi, ma qui ci si deve accontentare anche di questo, dopotutto è un miglioramento.

Miglioramenti che vanno e vengono e scuotono la tua giornata, facendoti passare da livelli paradisiaci di estasi a momenti in cui puoi solo scuotere le spalle e chiederti dove hai sbagliato. 
Alti e bassi, come quelli dell'Inter. Vincere ininterrottamente per poi fermarti di colpo, capire che sei vulnerabile e bloccarti. Come la rosea prospettiva sull'Europa portata da Monti, subito ricacciata ad essere più color rosso grazie alla situazione disperata della Grecia. Un blocco seguito da una caduta in picchiata.

Ma che può essere allo stesso tempo base per una risalita, per una ripartenza. Fermarsi di colpo, pensare, mettere il cervello al lavoro, e trovare il modo di risalire.
La vita funziona come la variazione dello spread. Sale. Scende. Sale un po' meno. Scende troppo. Risale di botto. Nessuno può prevedere quello che succederà domani. Ma possiamo vedere troppo bene quello che succede oggi, e basare il nostro futuro su questo.



Basare il futuro su quello che succede oggi? Di solito gli economisti fanno così, ed è forse per questo che stiamo così tanto inguaiati che neanche la mamma della Perpetua sa. Il passato è sempre qualcosa che ci condiziona, ma che possiamo benissimo lasciarci indietro. Lo porteremo sempre con noi. Nel nostro bagaglio.

E pian piano accantoneremo tutti i nostri i bagagli vicino al muro, e perchè no, ci costruiamo una scala. Una valigia vicina all'altra, ognuna con i nostri ricordi, le persone passate, le esperienze, che ti aiutano ad arrivare sempre più vicino al tuo obiettivo. Che di certo non puoi preimpostare. Ma che di certo puoi incontrare durante la scalata.

Questo per dire tutto e non dire niente. Dalla Danimarca tutto ok, la vita continua tra studio matto, lavoro duro, la gente che pattina sui laghi porta allegria. Sono finalmente arrivati i risultati dell'IQ test per la Maersk e a quanto pare ho fatto bene visto che mi hanno chiamato per un altro colloquio in un altro dipartimento stavolta! E domani ho un'intervista per un'associazione di consulting presso la Business School. Insomma mi tengo impegnato per non pensare troppo. 

Pensare a tante di quelle cose che fanno schizzare il mio umore come i prezzi della benzina. E ricominciare il discorso sul sali-scendi che ormai sta diventando routine giornaliera.

sabato 11 febbraio 2012

Nevica fuori, Brucia dentro

Un po' di tempo per cercare un piccolo spazio di giornata solo per me. Il tempo. E' tutto quello che ci serve a volte, per recuperare dalle delusioni d'amore, per far cuocere una pasta, per arrivare in fondo ad un traguardo. E alle volte quel bastardo si mette contro di noi, facendoci correre più del previsto, mettendoci di fronte ad ostacoli da scavalcare per non perdere il tram alla fermata.

La fitta nevicata che ha avvolto di bianco l'Europa c'ha raffreddato, e ci ha fatti barricare in casa, vicini al termosifone, con giornate a base di tisane bollenti e coperte riscaldate, ad aspettare che la tormenta finisse. Chi preoccupato per chi era fuori al freddo a lavorare per noi, chi preoccupato per la propria sorte, visto che a Roma "nevica ogni morte di Papa". Tuttavia stare davanti alla finestra c'ha fatto pensare a tutti, c'ha fatto evadere, facendoci confondere con gli stessi fiocchi di neve che si posavano sull'asfalto.

Io mi trovavo in giro, quando tutto è iniziato. Uscito da un bar, la neve cadeva, scendeva inesorabilmente, e non so con quali parole descrivere quel momento, ma mi sentivo felice. Felice per qualcosa che finalmente era arrivato, e che stavamo aspettando da tempo. La neve non solo crea disagi, ma lascia quel misto di buonumore e assuefazione che riesce a perdurare nel tempo. 

Ancora il tempo, questo figlio di puttana, si sveglia un sabato e ti mette un cronometro davanti. E tu sai che devi correre per non perdere il tram, e arrivare in ritardo all'appuntamento che è la vita. Il tempo che si porta via le cose, si porta via i tuoi cari, ma che non potrà mai prendersi ciò che sei, ciò che vuoi essere, e ciò per cui credi fermamente valga la pena di lottare. Anche se per farlo sei costretto a brancolare nel buio.


E ci si ritrova davanti ai laghi, a fissare quella distesa bianca dove qualche giorno prima nuotavano i cigni. La tormenta è finita, il vento freddo e il gelo hanno lasciato il segno, ma ciò che ha portato la neve non se n'è andato, brucia forte dentro, e l'unica cosa da fare è cercare la ragione per cui ancora ti scalda il cuore fino all'ustione.

In mezzo a tutta quella neve ci siamo noi, bisogna solo trovare il nostro fiocco, e vedere a cosa è rimasto impigliato, per capire dove cercare la ragione per cui dobbiamo lottare.


Ragione per cui non mollare.

Ragione per cui siamo anche pronti a tirarci indietro.

Ragione per la quale ci dimostriamo uomini.


Queste riflessioni che la neve porta, mi fanno assomigliare a Fabio Volo, quindi se voi adesso volete andarvi a tagliare le vene posso capirvi benissimo. Ma ogni tanto fa bene un attimo di pausa per pensare a queste cose, ci da l'occasione per vedere dove siamo arrivati, e vedere quanto possiamo ancora migliorare.

Dalla ridente Copenhagen,



Vi ses.

Gianbellan

Lisboa

Lisboa
The city which took my heart

Copenhagen

Copenhagen
Lovely capital of Denmark, the city where I use to live